39 anni e 68 giorni in terapia intensiva
Sono arrivato al pronto soccorso il 13 novembre 2017 a causa di febbre e difficoltà respiratorie. Il giorno dopo sono stato trasferito direttamente in terapia intensiva, dove sono rimasto per due mesi in condizioni critiche. Mi è stata diagnosticata una malattia rara e diverse altre infezioni.
Le prime tre settimane sono molto confuse, soprattutto a causa del coma che è durato due settimane, seguito da un forte stato di confusione prima di essere operato d’urgenza. Ho subito una colectomia totale (asportazione del colon) e la creazione di uno stoma (deviazione chirurgica di un condotto naturale) che ho mantenuto per un anno, chemioterapia, dialisi 3 o 4 volte alla settimana a seguito di un'insufficienza renale, varie biopsie, punture lombari, toracentesi (prelievi dalla parete toracica per drenare il liquido dalla pleura), ecc…
Ricordo molto bene le mie angosce e quelle che leggevo negli occhi dei miei cari, la paura di morire, i «bip» incessanti delle macchine, gli allarmi… Ricordo il mio corpo paralizzato e scheletrico, di non avere più la forza nemmeno per sollevare un braccio. Ogni notte, tanti incubi molto realistici. La sensazione di non avere più il controllo del mio corpo. Il giorno di Natale, per tirarmi su il morale, il Prof. Mira, primario del reparto di Terapia Intensiva e Rianimazione dell’Ospedale Cochin, aveva accettato di farmi portare il mio cane in camera.
Vorrei innanzitutto ringraziare il personale sanitario, che si è dimostrato così premuroso e ha lottato giorno e notte per regalarmi la «mia seconda vita». Ringrazio il Prof. Mira, il Prof. Chiche, le infermiere, i medici, gli specializzandi e gli assistenti sanitari. Tutti mi hanno dato la forza di lottare. Ringrazio anche la mia famiglia, naturalmente, che mi è stata così vicina in questo momento difficile, così come i miei amici che mi hanno trasmesso tanto affetto e, naturalmente, l’amore della mia vita, che è rimasto al mio fianco per tutta la durata di questa prova.
Oggi, grazie al personale sanitario che ha fatto della mia vita la sua priorità, sto vivendo una seconda vita. Negli ultimi due anni ho fatto più cose che nei venti precedenti. Vivo in coppia, ho ripreso gli studi, ho avviato la mia società di coaching, ho preso un secondo cane e una casa in campagna dove ricaricare le batterie ogni fine settimana. Sono felice e realizzato. Sono in ottima forma. Quindi GRAZIE.
19 anni e 42 giorni in terapia intensiva
Il 5 febbraio 2020 sono stato ricoverato in terapia intensiva a causa di una complicanza dell'influenza. Lunedì ho iniziato ad avere la febbre, martedì sono andato all'università e mercoledì non riuscivo più a respirare.
I medici mi hanno indotto un coma artificiale profondo per tenermi in vita. Il fegato, i reni e soprattutto i polmoni erano compromessi, al punto che le mie possibilità di sopravvivenza erano vicine all’1%.
Tutto il personale del reparto, gli assistenti sanitari, gli infermieri e i medici si sono presi cura di me senza sosta. Dopo tre settimane sono uscito dal coma, poi mi ci sono volute altre tre settimane per essere estubato, tre settimane che ho trascorso cosciente, con un tubo nella trachea…
Nonostante tutte queste difficoltà, sono vivo e ho una seconda vita. Ho ripreso gli studi e ho appena sostenuto gli esami di metà semestre… La rianimazione ha questo straordinario potere di salvare vite umane. Io ho avuto questa fortuna.
49 anni e 80 giorni in terapia intensiva
Nove anni fa, una malattia autoimmune nella sua forma più grave mi ha portata in terapia intensiva. Pur non essendo mai stata ricoverata prima, la mia vita è stata stravolta nel giro di pochi giorni e sono stata ricoverata in terapia intensiva mentre mi trovavo tra la vita e la morte, incinta di 7 mesi.
Sono stata quindi indotta in coma farmacologico perché la mia vita era in pericolo… e ho perso il mio bambino. I tre mesi che ho trascorso in terapia intensiva sono stati per me tre mesi di lotta, tre mesi per rinascere, per respirare di nuovo da sola… tre mesi per vivere, semplicemente.
Poi mi ci è voluto un anno per riprendermi fisicamente, per reimparare a camminare, a parlare, a mangiare, a tornare ad essere autonoma e a ritrovare la mia libertà. Mi ci sono voluti ancora alcuni anni per riprendermi psicologicamente, in un percorso fatto di accettazione e resilienza.
E poi è nato Sacha, mio figlio. È stata la mia più bella vittoria nella vita. Una vittoria che è anche quella di tutte le persone che mi hanno regalato questa seconda vita. I miei cari, naturalmente, e quella straordinaria équipe medica, tanto competente quanto premurosa, che mi ha accompagnato durante tutta questa prova.